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"Quando mi inginocchio
vicino al mio uke so già che non posso aspettarmi niente. Scendo
in uno stato privo di aspettative. Entro in ascolto, non so se
del mio dentro o di qualcosa al di fuori; o forse di entrambe le
cose. Mi connetto a qualcosa che parla piano, sussurra dei
movimenti, e a volte porta immagini.
Quando mi inginocchio vicino al mio uke so già che qualcosa di
me scomparirà, dovrà lasciare il posto a quel sussurro, dovrà
lasciare spazio al movimento, perché non si fermi, perché non
sia fermato dal brusio ininterrotto di quella parte indomita che
abitualmente non vuole che le cose siano così per come si
manifestano. Dovrà permettere una testimonianza neutra,
distaccata dall’abitudine del giudizio, la catalogazione, la
speculazione logica.
Si tratta di permettere che le cose accadano, e perché le cose
accadano c’è bisogno di un contenitore, un bacino di silenzio e
fiduciosa attesa da dove potersi affacciare per dare uno sguardo
ai paesaggi che si svelano: mai immuni dai cambiamenti loro
inferti dallo scorrere delle correnti dei flussi vitali.
Là, dove il non fare agisce il cambiamento; e la presenza è
sospesa fra l’intenzione e la gravità di un peso incatenato al
gesto; porto innanzi a me la lanterna che mi guida oltre, che fa
le ombre più decise e dense, così che l’ombra non sia più
confusa con l’oscurità."
(Marco)
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